Lattobacilli bassi: cosa significa e cosa fare prima della PMA

Leggere “lattobacilli bassi” o “lattobacilli assenti” in un referto del microbiota può generare una reazione immediata: se mancano, devo aggiungerli. Da qui nasce quasi automaticamente la ricerca del probiotico più adatto.

Quando la donna sta affrontando un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita, il dato assume un peso emotivo ancora maggiore. Dopo un transfer negativo, una gravidanza biochimica o un aborto precoce, quella singola riga può diventare la spiegazione di tutto ciò che non ha funzionato.

Ma “lattobacilli bassi” non è una diagnosi. È un risultato analitico che deve essere interpretato considerando:

  • la sede del campione;
  • il metodo utilizzato;
  • il limite di rilevazione del test;
  • gli altri microrganismi presenti;
  • i sintomi;
  • le terapie recenti;
  • la fase ormonale e riproduttiva;
  • il motivo clinico per cui l’esame è stato richiesto.

Prima di chiedersi come aumentare i lattobacilli, quindi, bisogna capire che cosa abbia misurato realmente il test e quale decisione clinica dovrebbe contribuire a prendere.

LATTOBACILLI BASSI: che cosa significa davvero? di Dott.ssa Rosa Curci

Hai letto “lattobacilli bassi” o “assenti” ma un referto che segnala lattobacilli bassi non spiega automaticamente un transfer negativo e non indica necessariamente quale probiotico assumere.

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Che cosa sono i lattobacilli vaginali?

I lattobacilli sono batteri frequentemente presenti nel microbiota vaginale delle donne in età riproduttiva. Alcune specie producono acido lattico e contribuiscono al mantenimento di un pH vaginale acido, creando un ambiente meno favorevole alla crescita di diversi microrganismi opportunisti.

Non tutti i lattobacilli, però, svolgono le stesse funzioni e non tutti gli ecosistemi vaginali dominati da lattobacilli hanno la stessa stabilità.

Tra le specie più frequentemente rilevate troviamo:

  • Lactobacillus crispatus;
  • Lactobacillus gasseri;
  • Lactobacillus jensenii;
  • Lactobacillus iners.

Lactobacillus crispatus viene generalmente associato a un ecosistema vaginale più stabile, a una buona produzione di acido lattico e a una maggiore resistenza alla transizione verso profili disbiotici.

Lactobacillus iners, invece, richiede un’interpretazione più prudente. Può essere presente in condizioni apparentemente fisiologiche, ma anche durante fasi di transizione dell’ecosistema. La sua presenza non rappresenta da sola una diagnosi di disbiosi e non deve essere interpretata come quella di un patogeno.

Per comprendere le differenze tra le varie configurazioni del microbiota vaginale, può essere utile conoscere i Community State Types, o CST.

Puoi approfondire il ruolo specifico di Lactobacillus crispatus:

“Lattobacilli bassi” non significa sempre la stessa cosa

Il primo errore consiste nell’interpretare il risultato come un valore assoluto e indipendente dal resto del referto.

Se un test riporta il 20% di lattobacilli, quel numero deve essere letto insieme al restante 80%. È molto diverso trovare:

  • una prevalenza di Gardnerella, Fannyhessea vaginae, Prevotella o altri anaerobi;
  • microrganismi associati a vaginite aerobica;
  • una comunità microbica diversificata ma senza sintomi;
  • una bassa biomassa complessiva;
  • un risultato ottenuto subito dopo una terapia antibiotica;
  • una variazione transitoria correlata al ciclo mestruale.

Inoltre, alcuni test riportano abbondanze relative. Questo significa che la percentuale indica il rapporto tra i microrganismi rilevati, non necessariamente la loro quantità assoluta.

La dicitura “lattobacilli assenti” può significare che non sono stati rilevati al di sopra del limite analitico del test. Non dimostra sempre che nell’ecosistema vaginale non sia presente neppure un lattobacillo.

Dove è stato prelevato il campione?

Prima di interpretare il risultato bisogna verificare se il campione sia:

  • vaginale;
  • cervicale;
  • endometriale.

Vagina ed endometrio non sono la stessa sede e i dati ottenuti in un distretto non possono essere trasferiti automaticamente all’altro.

Il microbiota vaginale presenta una biomassa microbica relativamente maggiore ed è stato studiato con metodiche differenti, tra cui microscopia, coltura, PCR e sequenziamento.

L’endometrio è invece un ambiente a biomassa molto bassa. Questo rende molto più difficile distinguere una reale presenza microbica dalla contaminazione introdotta durante il prelievo, l’estrazione del DNA, l’amplificazione o l’analisi di laboratorio.

Non esiste ancora una definizione clinica universalmente condivisa di “microbiota endometriale sano” e non possiamo affermare che ogni donna debba possedere una determinata percentuale di lattobacilli nell’endometrio.

Proprio per questi limiti, le raccomandazioni ESHRE sul fallimento ricorrente d’impianto non consigliano attualmente la profilazione routinaria del microbiota uterino e vaginale. Questo non significa che la ricerca sul microbiota riproduttivo sia inutile. Significa che un test promettente non è automaticamente un esame indicato per tutte le pazienti.

Per approfondire le differenze tra microbiota vaginale ed endometriale:

Che cosa ha misurato il test?

Non tutti gli esami del microbiota forniscono la stessa informazione.

  • Coltura microbiologica: La coltura ricerca microrganismi capaci di crescere nelle condizioni utilizzate dal laboratorio. Può essere utile per identificare specifici batteri o miceti e, quando indicato, per eseguire un antibiogramma. Non descrive però l’intera comunità microbica e può non rilevare microrganismi difficili da coltivare.
  • Microscopia: La microscopia e la colorazione di Gram possono contribuire alla valutazione di quadri come la vaginosi batterica, per esempio attraverso il punteggio di Nugent. Il risultato deve essere correlato ai sintomi e agli altri criteri diagnostici.
  • PCR mirata: La PCR ricerca il materiale genetico di microrganismi selezionati. È sensibile, ma trova soltanto ciò che il pannello è stato progettato per cercare. La rilevazione di DNA non dimostra necessariamente che il microrganismo sia metabolicamente attivo o responsabile dei sintomi.
  • Sequenziamento: Il sequenziamento può descrivere una comunità microbica più ampia e fornire informazioni sulle abbondanze relative. L’interpretazione dipende però dalla procedura di campionamento, dalla regione genetica analizzata, dalla pipeline bioinformatica, dai controlli di contaminazione e dalle soglie adottate. Due laboratori possono quindi produrre referti differenti sullo stesso campione o utilizzare criteri diversi per definire un profilo “favorevole” o “sfavorevole”.

Perché i lattobacilli possono risultare bassi?

Non esiste un’unica causa precisa e unica, ma tra i fattori da considerare rientrano:

  • vaginosi batterica o altre condizioni ginecologiche;
  • terapie antibiotiche recenti;
  • fase del ciclo mestruale;
  • variazioni ormonali;
  • gravidanza, puerperio, allattamento o menopausa;
  • terapie ormonali;
  • rapporti sessuali recenti;
  • prodotti intravaginali;
  • lavande vaginali;
  • sanguinamento;
  • caratteristiche individuali dell’ecosistema;
  • modalità e momento del prelievo.

Il microbiota vaginale è dinamico. In alcune donne rimane relativamente stabile, mentre in altre può cambiare durante il ciclo o in seguito a eventi specifici.

In uno studio randomizzato condotto prima di un trattamento di fertilità è stato osservato anche un miglioramento spontaneo del profilo vaginale in una parte delle partecipanti, indipendentemente dal probiotico. Questo dato dimostra perché una singola misurazione non debba essere interpretata come una caratteristica permanente.

Lattobacilli bassi significa vaginosi batterica?

No, una riduzione dei lattobacilli può essere presente nella vaginosi batterica, ma non è sufficiente per formulare la diagnosi. La valutazione della vaginosi è ginecologica e può comprendere:

  • sintomi;
  • esame ginecologico;
  • pH vaginale;
  • criteri di Amsel;
  • microscopia con punteggio di Nugent;
  • test molecolari utilizzati in un contesto clinico appropriato.

Odore sgradevole, variazione delle perdite, bruciore, fastidio, dolore o recidive richiedono una valutazione ginecologica. Anche l’assenza di sintomi deve essere considerata, perché trovare un profilo microbico differente non significa automaticamente trovarsi davanti a una malattia da trattare.

La candidosi vulvovaginale, inoltre, non coincide con la vaginosi batterica. Sono condizioni differenti e richiedono diagnosi e trattamenti differenti.

Lattobacilli bassi e fertilità: che cosa mostrano gli studi?

Diversi studi osservazionali hanno trovato associazioni tra alcuni profili vaginali dominati da lattobacilli, soprattutto da Lactobacillus crispatus, e outcome riproduttivi più favorevoli.

Una meta-analisi pubblicata nel 2024, comprendente 25 studi e 6.835 pazienti sottoposte a fecondazione in vitro, ha rilevato che la disbiosi vaginale era associata a:

  • una minore probabilità di gravidanza clinica;
  • un maggiore rischio di perdita precoce della gravidanza.

Non è stata invece osservata una differenza statisticamente significativa per i nati vivi.

Questo risultato è importante perché impedisce di formulare una conclusione troppo semplice. Se un’associazione è presente per alcuni outcome ma non per il risultato clinicamente più importante, cioè la nascita di un bambino, non possiamo affermare che la disbiosi vaginale sia una causa autonoma del fallimento della PMA.

Le pazienti con profili microbici differenti possono avere anche età, diagnosi, terapie, assetti ormonali e storie riproduttive differenti. Gli studi osservazionali possono identificare un’associazione, ma non dimostrano automaticamente un rapporto causale.

Per un inquadramento più ampio leggi il mio articolo squilibri del microbiota e infertilità

Ma i lattobacilli bassi possono spiegare un transfer negativo?

Non da soli, perchè un transfer negativo può dipendere da molteplici fattori, tra cui:

  • competenza embrionale;
  • età materna;
  • caratteristiche endometriali;
  • condizioni anatomiche;
  • fattori endocrini o metabolici;
  • aspetti tecnici e clinici del ciclo;
  • condizioni infiammatorie o infettive;
  • fattori maschili;
  • variabilità biologica.

Un risultato del microbiota non deve essere ignorato, ma neppure trasformato retrospettivamente nella spiegazione dell’intero percorso.

Nei fallimenti ricorrenti d’impianto, il rischio è cercare un’unica causa capace di spiegare ogni tentativo. La valutazione dovrebbe invece partire dalla storia completa della coppia e dalle indagini realmente indicate.

Microbiota ed endometrite cronica non sono sinonimi

Un altro errore frequente consiste nel confondere una variazione del microbiota con l’endometrite cronica.

L’endometrite cronica è una condizione infiammatoria dell’endometrio che richiede un percorso diagnostico ginecologico appropriato. Non può essere diagnosticata soltanto sulla base di una percentuale di lattobacilli vaginali o di un generico test commerciale del microbiota.

Allo stesso modo, la presenza di DNA batterico in un campione non dimostra automaticamente l’esistenza di un’infezione endometriale attiva.

Se la storia clinica suggerisce la necessità di approfondire l’endometrio, la scelta degli esami deve essere effettuata dal ginecologo sulla base del quadro clinico e riproduttivo.

Quale probiotico assumere per aumentare i lattobacilli?

Questa domanda viene spesso posta troppo presto, ma un probiotico non deve essere scelto soltanto perché sull’etichetta compare la parola “Lactobacillus”. L’effetto di un probiotico dipende da:

  • specie;
  • ceppo;
  • dose;
  • vitalità;
  • formulazione;
  • via di somministrazione;
  • durata;
  • condizione studiata;
  • obiettivo clinico.

Non possiamo trasferire automaticamente alla vagina gli effetti dimostrati da un ceppo a livello intestinale. Non possiamo neppure attribuire a tutti i ceppi della stessa specie le medesime proprietà.

Nel trial randomizzato di Jepsen e colleghi, una formulazione vaginale contenente Lactobacillus gasseri e Lactobacillus rhamnosus non ha migliorato il profilo vaginale sfavorevole più del placebo prima del trattamento di fertilità.

Nel trial multicentrico pubblicato nel 2025, le pazienti con microbiota vaginale alterato sono state assegnate a tre gruppi, il primo gruppo ha ricevuto clindamicina seguita da Lactobacillus crispatus CTV-05; il secondo clindamicina seguita da placebo; il terzo ha ricevuto doppio placebo. Sia i tassi di gravidanza clinica, sia di nati vivi non sono risultati significativamente differenti tra i tre gruppi.

Questo non dimostra che tutti i probiotici siano inutili in ogni condizione. Dimostra però che non possiamo promettere che un probiotico:

  • aumenti stabilmente i lattobacilli vaginali;
  • migliori la recettività endometriale;
  • aumenti l’impianto;
  • prevenga un transfer negativo;
  • aumenti i nati vivi.

In presenza di vaginosi batterica diagnosticata, i probiotici non sostituiscono la terapia medica indicata. Alcune formulazioni sono studiate come possibile supporto o per la prevenzione delle recidive, ma i risultati non possono essere generalizzati a qualsiasi prodotto.

La sequenza razionale non è:

lattobacilli bassi → probiotico, ma risultato → interpretazione clinica → eventuale diagnosi → obiettivo dell’intervento → scelta terapeutica o di supporto.

Alimentazione: quali cibi aumentano i lattobacilli vaginali?

Al momento non esiste un alimento del quale sia stato dimostrato un effetto diretto, prevedibile e clinicamente rilevante sull’aumento dei lattobacilli vaginali o sulle probabilità di impianto. Dire “mangia questo alimento e aumenterà Lactobacillus crispatus” sarebbe una promessa non supportata.

La ricerca sul rapporto tra alimentazione e ambiente vaginale è però in crescita, infatti uno studio trasversale pubblicato nel 2025 su 113 giovani donne ha rilevato alcune associazioni tra abitudini alimentari e profili vaginali:

  • un maggiore consumo di proteine animali, soprattutto da carni rosse e lavorate, risultava associato al CST IV;
  • l’alcol era associato alla presenza di Gardnerella e Ureaplasma;
  • l’acido alfa-linolenico risultava associato a una maggiore presenza di Lactobacillus crispatus;
  • fibre, proteine vegetali, carboidrati totali e amido mostravano correlazioni inverse con Gardnerella.

Si tratta, però, di uno studio osservazionale trasversale. Può mostrare associazioni, ma non dimostra che modificando un singolo alimento si possa correggere il microbiota vaginale o migliorare gli outcome riproduttivi.

La nutrizione può essere utilizzata in modo più realistico per:

  • migliorare la qualità complessiva dell’alimentazione;
  • sostenere il microbiota intestinale;
  • correggere carenze nutrizionali;
  • migliorare il controllo glicemico e metabolico;
  • ridurre l’eccesso di alimenti ultraprocessati;
  • garantire un adeguato apporto di fibre, grassi insaturi e micronutrienti;
  • intervenire su fattori modificabili realmente presenti.

Un modello mediterraneo, adattato alla persona, può rappresentare una base ragionevole. Non è però una terapia diretta della disbiosi vaginale.

Serve una dieta low FODMAP?

Non per il solo fatto di avere lattobacilli vaginali bassi. La dieta low FODMAP è un intervento temporaneo utilizzato soprattutto nella gestione dei sintomi della sindrome dell’intestino irritabile. Non è un trattamento per aumentare direttamente i lattobacilli vaginali e non dovrebbe essere prescritta automaticamente prima di un transfer.

Può essere presa in considerazione quando esiste una reale indicazione gastrointestinale, prevedendo successivamente una fase di reintroduzione. Una restrizione non necessaria o troppo prolungata può ridurre varietà alimentare e apporto di substrati fermentabili.

Stile di vita e microbiota vaginale

Anche lo stile di vita deve essere interpretato senza promesse. Infatti ormoni, ciclo mestruale, antibiotici, rapporti sessuali e prodotti vaginali possono contribuire alle variazioni del microbiota. Per stress, sonno ed esercizio fisico esistono ipotesi biologiche e associazioni preliminari, ma non protocolli capaci di garantire l’aumento di una specifica specie vaginale.

Le indicazioni più ragionevoli sono:

  • evitare lavande vaginali non indicate;
  • non utilizzare ripetutamente prodotti intravaginali senza una ragione clinica;
  • non assumere antibiotici o antimicotici in autonomia;
  • seguire le terapie prescritte senza modificarne durata o dosaggio;
  • evitare il fumo;
  • limitare l’alcol;
  • mantenere un’attività fisica adeguata;
  • curare sonno e regolarità quotidiana;
  • gestire eventuali alterazioni metaboliche;
  • discutere con il ginecologo i sintomi persistenti o ricorrenti.

Queste scelte sostengono la salute generale e mucosale, ma non devono essere presentate come un “protocollo per far crescere i lattobacilli”.

Che cosa controllare quando il referto segnala lattobacilli bassi?

Se hai il referto davanti, verifica questi quattro punti.

  • 1. Sede e metodo: Il campione era vaginale, cervicale o endometriale? È stato analizzato mediante coltura, microscopia, PCR o sequenziamento?
  • 2. Composizione complessiva: quali altri microrganismi sono stati rilevati? Il laboratorio riporta quantità assolute o percentuali relative? Qual è il limite di rilevazione?
  • 3. Contesto clinico: Sono presenti perdite, odore, bruciore, dolore o recidive? Hai assunto recentemente antibiotici, antimicotici, probiotici o utilizzato prodotti vaginali? In quale fase del ciclo è stato eseguito il prelievo?
  • 4. Utilità del risultato: Perché il test è stato richiesto? Quale decisione dovrebbe aiutare a prendere? Esiste una condizione clinica da diagnosticare oppure si sta cercando di trattare una percentuale isolata?

Che cosa non fare autonomamente

In presenza di lattobacilli bassi non è consigliabile:

  • iniziare un antibiotico;
  • ripetere una precedente terapia;
  • combinare più probiotici casualmente;
  • utilizzare ovuli o lavande senza indicazione;
  • modificare i tempi del transfer;
  • attribuire il risultato a un alimento;
  • eliminare interi gruppi alimentari;
  • considerare il referto come la causa certa dell’infertilità.

Se sono presenti sintomi, infezioni ricorrenti, microrganismi potenzialmente rilevanti o una PMA in corso, il referto deve essere discusso con il ginecologo o con il centro di riferimento.

Che cosa può fare realmente la nutrizione se i lattobacilli sono bassi?

Se nessun alimento può aumentare direttamente e in modo prevedibile i lattobacilli vaginali, questo non significa che la nutrizione sia irrilevante, significa invece collocarla nel ruolo corretto, perchè l’intervento nutrizionale non serve a “curare” una percentuale riportata dal test né a trasferire nell’ambiente vaginale i batteri contenuti in uno yogurt o in un alimento fermentato. Può invece intervenire su alcuni fattori modificabili che contribuiscono alla salute metabolica, intestinale e mucosale della donna.

La valutazione in questi casi dovrebbe considerare:

  • qualità complessiva dell’alimentazione;
  • apporto di fibre e varietà delle fonti vegetali;
  • consumo di alimenti ultraprocessati e alcol;
  • equilibrio tra proteine animali e vegetali;
  • qualità dei grassi alimentari;
  • regolarità intestinale e sintomi gastrointestinali;
  • stato metabolico e controllo glicemico;
  • eventuali carenze nutrizionali;
  • terapie antibiotiche recenti;
  • fase del percorso riproduttivo e trattamenti in corso.

Sostenere il microbiota intestinale

L’alimentazione agisce in modo molto più documentato sul microbiota intestinale rispetto a quello vaginale. Fibre, amidi resistenti e composti bioattivi presenti negli alimenti vegetali possono contribuire alla produzione di metaboliti microbici, come gli acidi grassi a corta catena, coinvolti nella funzione della barriera intestinale e nella regolazione immunitaria.

Questo non dimostra un trasferimento diretto degli effetti alla vagina o all’endometrio. Permette però di lavorare sul contesto intestinale, metabolico e immunitario complessivo, soprattutto quando sono presenti stipsi, irregolarità dell’alvo, sintomi gastrointestinali o un’alimentazione poco varia.

Migliorare il contesto metabolico

Insulino-resistenza, alterazioni glicemiche, eccesso adiposo e carenze nutrizionali possono essere rilevanti nella salute riproduttiva indipendentemente dal microbiota vaginale. In questi casi la nutrizione può avere obiettivi concreti:

  • migliorare la gestione dei carboidrati;
  • distribuire adeguatamente energia e proteine;
  • favorire il raggiungimento di una composizione corporea più favorevole;
  • correggere eventuali carenze documentate;
  • migliorare la qualità generale del modello alimentare.

Il bersaglio dell’intervento non è quindi il singolo lattobacillo, ma il contesto biologico nel quale si inserisce anche la salute delle mucose.

Quale modello alimentare utilizzare?

Non esiste una dieta universale per il microbiota vaginale. Una base ragionevole può essere rappresentata da un modello mediterraneo personalizzato, caratterizzato da:

  • verdure e frutta variate;
  • legumi, se tollerati;
  • cereali integrali scelti in base alla tolleranza individuale;
  • frutta secca e semi;
  • olio extravergine di oliva;
  • pesce e altre fonti proteiche adeguate;
  • riduzione dell’alcol;
  • consumo non abituale di carni lavorate;
  • minore presenza di prodotti ultraprocessati.

Anche gli alimenti fermentati possono rientrare nell’alimentazione, se tollerati, ma non devono essere presentati come una terapia capace di colonizzare direttamente la vagina.

Lo studio di Djusse e colleghi del 2025 ha rilevato associazioni tra alcune abitudini alimentari e la composizione dell’ambiente vaginale. Trattandosi di uno studio osservazionale, però, non consente di costruire una “dieta per aumentare Lactobacillus crispatus” né di stabilire che modificare un singolo alimento produca un cambiamento clinicamente rilevante.

Quando serve una strategia personalizzata?

Una valutazione nutrizionale può essere particolarmente utile quando sono presenti:

  • sintomi intestinali persistenti;
  • stipsi o alvo irregolare;
  • alimentazione molto restrittiva;
  • terapie antibiotiche ripetute;
  • alterazioni glicemiche o insulino-resistenza;
  • sovrappeso, obesità o sottopeso;
  • carenze nutrizionali;
  • endometriosi o altre condizioni infiammatorie;
  • preparazione preconcezionale o percorso di PMA.

La nutrizione non sostituisce la diagnosi ginecologica, la terapia di un’infezione o il trattamento della vaginosi batterica. Non stabilisce neppure se un transfer debba essere rimandato. La nutrizione può però affiancare il percorso medico lavorando su fattori nutrizionali e metabolici realmente modificabili, evitando sia l’irrilevanza attribuita alla dieta sia la promessa opposta di poter correggere il microbiota vaginale attraverso un protocollo alimentare.

Domande frequenti

I lattobacilli assenti impediscono la gravidanza?

Non è possibile concluderlo da un singolo risultato. Alcuni profili non dominati da lattobacilli sono associati a esiti riproduttivi meno favorevoli, ma l’associazione non dimostra che siano la causa del mancato impianto nella singola paziente.

Devo rimandare il transfer?

La decisione non può essere presa sulla base della sola percentuale di lattobacilli. Dipende dai sintomi, dagli altri microrganismi rilevati, dalla presenza di una diagnosi e dalla valutazione del ginecologo o del centro PMA.

Un probiotico con Lactobacillus crispatus è sempre la scelta migliore?

No. Conta il ceppo specifico, la formulazione, la via di somministrazione, l’indicazione e l’obiettivo. La presenza del nome Lactobacillus crispatus sull’etichetta non garantisce colonizzazione o miglioramento degli outcome riproduttivi.

Yogurt e kefir aumentano i lattobacilli vaginali?

Non esistono prove sufficienti per affermare che il loro consumo aumenti direttamente e in modo prevedibile i lattobacilli vaginali. Possono rientrare, se tollerati, in un’alimentazione equilibrata, ma non sono una terapia del microbiota vaginale.

Lattobacilli bassi significa che ho un’infezione?

Non necessariamente. Il dato deve essere interpretato insieme agli altri microrganismi, ai sintomi e al metodo utilizzato. Una percentuale isolata non permette di diagnosticare un’infezione.

Devo ripetere il test?

Non automaticamente. Prima bisogna capire se la ripetizione cambierebbe una decisione clinica e considerare la naturale variabilità del microbiota. La scelta deve essere concordata con il professionista che ha richiesto l’esame.

Il mio approccio: dal referto alla storia della persona

Nel mio lavoro non parto dalla domanda “Quale probiotico devi assumere?” e non costruisco un protocollo sulla sola dicitura “lattobacilli bassi”, ma la valutazione parte dalla storia clinica e riproduttiva, considerando:

  • sede del campione e metodologia del test;
  • composizione complessiva del referto;
  • sintomi e loro andamento;
  • infezioni e terapie precedenti;
  • alimentazione e regolarità intestinale;
  • stato nutrizionale e metabolico;
  • integratori e probiotici già utilizzati;
  • fase del percorso preconcezionale o della PMA.

L’obiettivo è distinguere ciò che può essere affrontato attraverso la nutrizione da ciò che richiede una valutazione ginecologica o di un altro specialista. In questo modo quando esiste un razionale, l’intervento nutrizionale viene personalizzato per lavorare sui fattori concretamente modificabili: qualità dell’alimentazione, salute intestinale, controllo glicemico, stato nutrizionale, eventuali carenze e contesto metabolico.

Non prometto di aumentare una specifica specie batterica, correggere un referto o garantire l’impianto. Il mio obiettivo è comprendere il significato dei dati disponibili e costruire una preparazione coerente con la storia della persona e con le indicazioni degli specialisti coinvolti.

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Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non sostituiscono la diagnosi, la prescrizione o la valutazione del ginecologo e degli altri professionisti sanitari coinvolti.

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